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Michele Coralli intervista Sciajno su iXem
Questa intervista è comparsa (ad eccezione della 2° domanda) sul numero 74-75 di blow up di luglio 2004 [Michele Coralli] Partiamo da iXem, si può dire che sia nato come comunità virtuale, per assumere un ruolo di vero e proprio network. [Domenico Sciajno] Dal momento che si rivolge a tutti coloro che in Italia si occupano di sperimentazione elettronica iXem è inevitabilmente nata sotto forma di comunità virtuale. Avere un rapporto reale continuativo sarebbe quasi impossibile vista la ampia dislocazione di chi si attiva. Tutt’altro che virtuali sono le iniziative che in poco più di un anno sono state portate a termine: il primo meeting a Firenze, reso possibile dal collettivo universitario ARK/ Flatlandia e le partecipazioni a Dissonanze/DisLab (Roma, ott. ‘03), Media Space (Stuttgart ott. ‘03), Live Media (Bologna, ott. ‘03), I Suoni della Narrazione (Roma, marzo ‘04) e Elettronicittà (Marsiglia, aprile ‘04). Ma iXem non significa solo partecipare a festival o promuovere il lavoro dei suoi aderenti, vuole bensì essere uno spazio capace di stimolare rapporti artistici e intellettuali tra chi si occupa di arte, sperimentazione e nuove tecnologie. Lo sforzo sta proprio nel cercare di diffondere un più consapevole tipo di approccio anche nel modo in cui si propongono le proprie creazioni. Si vuole sottolineare l’esistenza di uno spazio libero dove l’eterogeneità, vissuta con consapevolezza e umiltà, consente di far coesistere diversi generi, ossia musica ‘colta’ ed ‘extra colta’, accademia e non accademia. iXem si esprime attraverso la filosofia e la tecnica dell’open source. Un sistema in cui ognuno contribuisce in base alle sue possibilità e capacità nell’interesse collettivo. [Michele Coralli] Far decollare un forum su Internet, in particolare legato alla musica elettronica, credo che non sia la cosa più facile del mondo viste le ampie partecipazioni attorno a temi come il calcio o la politica. Sorprende lo slancio che invece il vostro forum ha avuto fino al raggiungimento del network attuale… [Domenico Sciajno] Una esperienza in effetti notevole. Io non mi aspettavo davvero molte delle cose che ho visto succedere. Le sfaccettature dell’animo umano vengono amplificate dalla moltitudine e in certi casi esasperate dall’assenza di un rapporto reale, vis a vis. Da una fase iniziale ed esplosiva in cui in pochi giorni ci siamo ritrovati in un centinaio di iscritti tutti iperloquaci e appassionati, si è giunti dopo cinque mesi alla fase più triste in cui è stato necesario arginare le modalità di iscrizione a seguito di alcuni insensati attacchi da parte di persone che hanno avuto problemi nel trovare il modo di relazionarsi con questa realtà. Fortunatamente questo momento durato un paio di mesi si è concluso e da ottobre si è passati alla cosiddetta ‘fase 3’, quella attuale. Fase della riapertura e della eliminazione del concetto di confine, di dentro e fuori. iXem potenzialmente è tutti coloro che in Italia si occupano di arte, di musica e di nuovi media a scopo non commerciale e con una prevalenza degli elementi sperimentali. Chi fa questo è già iXem, se poi vuole attivarsi e collaborare con noi ben venga, il da fare non manca. Non è facile cogliere la vera essenza di iXem, ci vuole tempo per capire e per farsi capire, ma nel frattempo i risultati ottenuti sono davvero importanti per il collettivo e per i singoli. Non in termini di successo o di notorietà ma in termini di nuove conoscenze e di nuove esperienze. Mi si conceda una digressione personale dal momento che a questo proposito qualcuno potrebbe pensare che io sia diventato più conosciuto in italia a seguito della vicenda iXem e che in qualche modo questo fosse uno dei miei scopi. Ebbene sono ormai più di 10 anni (ben prima che nascesse iXem) che mi esibisco nei maggiori festivals internazionali nell’ambito della sperimentazione nonostante in Italia il mio lavoro sia tutt’oggi meno conosciuto. Mi sembra quindi fuori luogo pensare che io stia facendo questo per mettermi in luce all’estero o per perseguire scopi personali. Se io avessi impiegato la stessa energia che impiego in iXem per la mia autopromozione in italia, forse ora sarei più conosciuto. A che pro? Per vendere 3 (non per modo di dire) dischi in più all’anno in Italia. Perchè di questo si tratterebbe... Non c’è bisogno che sia io a specificare che sia le vendite di dischi sia le possibilità di esibizione di chi in italia si muove nell’ambito della sperimentazione sono piuttosto irrilevanti... Ma tornando al forum, oggi è decisamente più sobrio e più efficiente sia sul piano pratico sia su quello del confronto di opinioni. [Michele Coralli] Un certo tipo di approccio creativo alla tecnologia pare abbia azzerato le differenze (e le diffidenze) generazionali, che invece caratterizzano altri ambiti… [Domenico] Sì, credo che molti musicisti della mia generazione (e over...) abbiamo da imparare molto dai più giovani, soprattutto per la loro capacità di accogliere le novità e di maneggiarle. Però penso che sia utile ai più giovani avvicinarsi al mondo dell’elettronica conoscendone la storia, che ha radici ben più remote della scena elettronica che si è diffusa a partire dalla fine degli anni ‘80. Conoscere la musica elettronica di derivazione accademica non è obbligatorio, ma è sicuramente un’esperienza utile. Si scoprirebbe come, tra l’altro, proprio in quelle fasi pionieristiche la tensione verso la commistione tra le arti fosse molto intensa, non solo per la sete di novità, ma anche perché le opportunità della nuova elettronica tracciavano un ponte verso nuovi spazi e, allo stesso tempo, generavano un disorientamento che cercava sostegno in serrati confronti tra artisti, intellettuali, filosofi e sognatori. Dove c’è disordine, c’è sempre spazio per la sorpresa e la creatività. Tutto questo prima che le aguzze mani del controllo economico e commerciale tendessero a gerarchizzare e a classificare i neonati settori al fine di monitorare laddove monetizzare. Oggi tutto sembra essere stato semplificato: un settore intellettuale, snob, che non vende ma che fa cultura, e quello commerciale di moda, accessibile a tutti, che vende, anche se stupido e volgare. La scelta sembra essere se fare l’artista intellettuale, colto e impegnato ma senza successo, o l’artista semplice che si adegua ai gusti di mercato e alle sue dinamiche. Ebbene a me piace credere che all’interno di questi due settori ci siano persone che sperimentano vie alternative. Questi intenti sul piano pratico si rilevano in due iniziative recentemente avviate da iXem che hanno proprio lo scopo di unire nel segno della sperimentazione tutte quelle forze creative che a dispetto della loro origine trovano tra i nuovi media un ambito di applicazione. La prima si chiama ElectricGarden e consiste in una mappatura delle realtà italiane che si muovono nell’ambito delle arti sperimentali elettroniche per la circolazione di performance e materiali. La seconda è Live!iXem 2004 ed è un concorso nazionale di musica e arti elettroniche per il quale si sono appena chiuse le iscrizioni. [Michele Coralli] Mi ha incuriosito il vostro form online per l’adesione al progetto ElectricGarden (mappatura) in cui si abbozza una sorta di classificazione della realtà elettronica attuale: improvised experimental, composed experimental, beat oriented experimental, drone oriented experimental, ambient oriented experimental. Immagino che siano coordinate generiche, ma ce ne vuoi dare qualche specifica? [Domenico] Semplicemente rappresenta una rosa di orientamenti che negli ultimi anni ho visto emergere in giro. Quando si compila un database può venire la tentazione di fare delle statistiche, ma è una pura curiosità che serve a orientarsi. Devo ammettere che questa distinzione ha suscitato un certo clamore all’interno del forum. Chi compila il form può non ritrovarsi in nessuna delle alternative proposte e può proporre la sua nel campo note. Questo a dimostrazione del fatto che quelle siano delle coordinate generiche, sicuramente ben lungi dal tentare una classificazione, sicuramente non in senso stilistico, né estetico, né di valore. [Fabio Selvafiorita] È curioso che questa distinzione abbia suscitato tanto clamore. Credo sia dovuto principalmente al fatto che ogni musicista è geloso della propria estetica e del desiderio di comunicarla nel modo più preciso evitando definizioni generiche che appaiono limitanti. In fondo si tratta di una mappatura fatta esclusivamente per sapere quanta gente potrebbe condividere i propri interessi con altre persone. Comunque sfido chiunque a descrivere il suo lavoro in modo da non riconoscersi almeno in una delle definizioni date. Forse in giro c’è una leggera sovrastima intellettuale. [Michele Coralli] Vorrei fornirvi una provocazione… Con l’avvento del digitale e la sua capillare ramificazione nella maggior parte delle attività musicali attuali, non pensate che l’aggettivo elettronico si possa adattare tanto al gruppo jazz o rock, come all’ensemble classico. In altre parole non si può dire che tutta la musica è elettronica? [Fabio] Si può considerare elettronica tutta quella musica che prevede un intervento creativo all'interno della semplice catena elettroacustica: scelgo la mia fonte sonora, decido come registrarla, con quali microfoni e posizionati in quale maniera, scelgo come proiettarla nello spazio (mono, stereo o su n canali). Ognuno di questi passaggi prevede un approccio che è il risultato della nostra storia con la musica; scelte estetiche personali che incidono profondamente sul nostro essere musicisti. È su quell'intervento creativo che si basa tutto. [Domenico] Sulla provocazione sono perfettamente d’accordo con te. Anzi ricordo di aver fatto una lunga disquisizione in occasione dell’ultimo meeting, in cui facevo notare quanto fondamentale fosse considerare l’aggettivo elettronico affiancato a quello sperimentale. Il solo aggettivo electronic significa ben poco visto che, come tu stesso dici, la maggior parte della musica oggi prodotta si avvale di strumenti elettronici, dal concepimento alla esecuzione, dalla registrazione alla pubblicazione. Questo consente di condurre una riflessione sulla strumentazione e sul suo mercato, che offre per lo più prodotti realizzati al fine di soddisfare una specifica domanda di potenziali acquirenti. Ma in realtà, in un rapporto circolare, il mercato può arrivare a indurre le domande, a produrre bisogni per poi offrire risposte. I prodotti hanno un ciclo programmato per un massimo di 5 anni, tanto possono durare, ma divengono obsoleti ben prima. Essere sperimentale vuole dire anche opporsi per quanto possibile a queste dinamiche. L’aspetto funzionale del mezzo elettronico non ha in sé alcun valore artistico e creativo. Anzi la sua specificità tende a omologare il risultato musicale e spesso, cosa ancor più grave, a influenzare e pilotare il gusto non solo di chi fa musica, ma anche dei fruitori. Da qui l’esigenza di disallinearsi da quella che rischia di trasformare il mezzo elettronico in una forma di condizionamento e di omologazione, piuttosto che in uno strumento in senso più ampio e profondo. Si potrebbe obiettare che anche strumenti tradizionali come il violino sono tutti uguali nella forma e costruiti per eseguire in maniera efficiente una certa gamma di altezze con un certo timbro. Tuttavia la modalità di esecuzione sul violino consente non solo una ampia personalizzazione del suono e della espressività, ma apre anche tutta una serie di possibilità quasi illimitate nel momento in cui lo si utilizza in maniera non convenzionale. La stessa cosa deve potere succedere con un processore ad effetti che, sebbene abbia la possibilità di combinare numerosi parametri rischierebbe di restare legato a un codice chiuso che si basa sulla fenomenologia elettronica. Idem per l’ambito digitale dove i softwares possono essere ambienti di programmazione e non solo emulatori di processori o piattaforme compositive grazie a editor e sequencers. [Michele Coralli] Cosa distingue allora l’elettronica sperimentale? [Domenico] Più in generale, essere sperimentali in ambito elettronico deve significare ridisegnare gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia e dal mercato, al fine di far fare loro ciò per cui non sono stati progettati. Questo consente una approfondita ricerca sullo strumento da cui deriva una conoscenza ‘altra’ dello stesso assicurando un percorso personale e originale, sia in termini sonori sia in termini procedurali e performativi. Basti pensare al giradischi, nato per fare ascoltare i vinili, è ormai a tutti gli effetti uno strumento versatile e originale per chi lo usa in maniera non ortodossa. Stessa cosa per un mixer o per un revox, per non parlare di tutti quegli attrezzi e oggetti che non rientrano nello specifico campo musicale. Anche nel dominio digitale la personalizzazione può spingersi a un livello molto più profondo grazie all’utilizzo dei linguaggi di programmazione. Con questi è come trovarsi di fronte a un foglio bianco da riempire in totale libertà con un unico limite: la propria fantasia. Il musicista porta agli estremi il concetto di compositore: scrivendo tramite il codice la sua partitura disegna non solo l’architettura e i processi all’interno dell’opera, ma anche gli strumenti che gli consentono di realizzarla e di darle suono. Un esempio estremo di questo approccio è la computer music, concepita per essere generata ed eseguita attraverso algoritmi. Quest’ultima non è esattamente il mio ideale di musica elettronica per via di una certa (seppure interessante) disumanizzazione del processo musicale. Cosa che ritrovo anche nell’uso superficiale del computer nella musica dal vivo, quando lo si usa come semplice lettore o sequencer, tutto loop e plug-in. A un certo punto non capisco più se è il computer che suona il musicista o viceversa. La sperimentazione invece deve trasporre il mezzo elettronico da strumento funzionale a strumento creativo attraverso le potenzialità insite nel musicista e nel fruitore, distanziandosi da quelle regole di mercato che relegano la musica all’ambito del mero entertainment. L’uso dello strumento elettronico/digitale quindi non ha un valore in sé, ma solo l’approccio sperimentale consente all’artista di operare in totale libertà creativa e al fruitore di attivare processi di ricezione dove non è soggetto passivo, ma libero viaggiatore all’interno del percorso creativo. [Michele Coralli] Che rapporti avete con il mondo dell’accademia? Sembra che l’elettronica lì sia stata messa in un angolo, per poi essere riscoperta solo in tempi recenti. [ Domenico] Tra gli aderenti a iXem ci sono degli accademici. Intendo persone che come me hanno una preparazione accademica, ma che non la usano come corazza entro cui nascondersi. Sappiamo bene che esiste una tradizione anche nella sperimentazione e nella musica elettronica: questo non è qualcosa da ostentare a mo’ di pedigree, ma neanche da demonizzare. Se c’è una storia tanto vale conoscerla e integrarla col presente, con quella non-accademia, con l’extra colta (per quel che possono voler dire tutti questi aggettivi). Fabio per esempio non arriva da un accademia, ma la conosce forse meglio di chi la frequenta, perché lo fa con senso critico ed autocritico. [Fabio] ...sì, sono un autodidatta, lontano da qualsiasi tipo di conservatorismo e immobilità del pensiero. Sono scettico rispetto a una qualsiasi istituzione musicale, sia un Conservatorio, o un corso di laurea in musicologia o una cena tra dotti. Credo che l'accademia, nella sua accezione negativa, si annidi dappertutto. Nello stesso tempo conoscendo come si lavora e soprattutto avendo fatto esperienza dell'opportunità che comunque le accademie ti danno, quando sento qualcuno parlare male dell’accademia ho la stessa reazione che avrebbe un fisico di fronte a un tipo new age che gli parla di energia cosmica. Mi chiedo se molte di queste persone sanno di cosa stanno parlando e se hanno la competenza per farlo. Dare contro all'accademia è tanto sterile quanto non fare niente per riuscire a cambiarla. Il problema alla fine credo che sia solo una diffusa pigrizia intellettuale/estetica nell'approccio alla musica... [Domenico] Il problema sta proprio in questo volere a tutti i costi schierarsi per partito preso da una o dall’altra parte. Questa rigidità non può coesistere in una mente creativa: chi rifiuta a priori, sia in un senso che in un altro, mostra solo di avere paura che le sicurezze sulle quali ha impostato il suo cammino possano sgretolarsi di fronte alla conoscenza e alle nuove esperienze. Per anni la storia della musica contemporanea e con essa quella elettronica è stata occultata al punto tale che le nuove generazioni dovendo scegliere un nuovo genere per definire la loro musica abbiano scelto musica elettronica, ignorando (in buona fede) che la musica elettronica non nasceva negli anni ’80, quando aveva già più di 60 anni se consideriamo il lavoro dei Futuristi (i pezzi radiofonici di Marinetti) e di Theremin, o almeno trent’anni se vogliamo aspettare l’arrivo del nastro magnetico e le prime opere di Schaeffer. Grave è quando sono i musicisti a ignorare la storia, perché è la dimostrazione che la cultura è pilotata e in quanto tale può essere strumentalizzata. [Michele Coralli] Rispetto proprio all’avanguardia storica, non credete che i limiti imposti da certe tecnologie ancora arretrate fossero un tempo compensate da una creatività stupefacente – penso a compositori come Berio, Nono ma anche Stockhausen – mentre oggi troppi laptop e ProTools generino poderose amplificazioni di idee spesso povere? [Fabio] Sfatiamo un altro mito. Protools di per sé è un sequencer. Come tutti i sequencer è una scatola vuota che va riempita di registrazioni audio midi, automazioni e interpretazioni di un mix. Da una scatola vuota è difficile ottenere qualcosa. Allo stesso modo, per quello che riguarda le infinite possibilità del lavorare sulla musica con un computer, dipende tutto da come si utilizzano gli strumenti software che uno ha a disposizione. Rispetto l'avanguardia storica ti do pienamente ragione! [Domenico] Si torna al discorso che facevo prima a proposito dell’aggettivo elettronica: dipende dall’uso che se ne fa. Il laptop è oramai lo strumento più utilizzato nei miei live e devo ammettere che, rispetto alle avanguardie, la vera crescita è tecnologica: ho potuto trasformare il mio laptop in uno strumento che mi consente di fare in tempo reale e in uno spazio di un metro quadrato quello che loro preparavano in ore di lavoro dentro enormi laboratori. Sul piano musicale è più difficile vedere delle evoluzioni. Il gesto creativo si consuma solo quando è stato assorbito da una cultura e in essa si è consolidato. In quegli anni la musica accademica occidentale è giunta a un altissimo livello di sofisticazione e ha avuto un immenso slancio innovativo suggerito dai nuovi strumenti. La sua parabola è stata di tale livello che ancora oggi aleggia nell’aria. La forza di accelerazione generata, inversamente proporzionale alla capacità di assimilazione da parte della critica ufficiale e del pubblico, hanno generato una confusione storico-artistica che ancora oggi deve essere compresa. È per questo che per il mio lavoro dal vivo ho fatto un grande sforzo per trasformare il mio laptop in uno strumento musicale vero e proprio: non un player ma una specie di clarinetto. Anzi, trattandosi di un computer dovrei dire una piccola orchestra di clarinetti, cosa che mi impone di ragionare più come compositore e orchestratore piuttosto che come solista. Mi sono quindi messo nelle condizioni di non avere più i limiti tecnologici che c’erano negli anni ‘50 e ora me ne creo di nuovi per stimolare nuove soluzioni procedurali. Ovvero: “ora devi fare un pezzo e lo devi fare in questo momento, da zero, con il pubblico di fronte e con questa tua orchestra di patches (i programmini che scrivo in MAX/MSP per generare e modificare suoni)”. Oppure: “non puoi usare nulla come input se non qualche errore indotto nella memoria del computer utilizzandoli come sorgente sonora da elaborare e sviluppare”. Come vedi si torna sempre al concetto di limite che funge un po’ da gate/compressore. [Michele Coralli] Quali personaggi del passato credete che abbiano lasciato un segno rispetto alla scena attuale? [Fabio] Se proprio devo fare un nome direi Stockhausen. Se no, non ne farei più di una decina. [Domenico] Sarebbe meglio chiedersi quali dovrebbero illuminare la scena attuale. Quasi tutti i principali esponenti storici dell’avanguardia musicale hanno lasciato un segno, ognuno con diverse possibili ramificazioni. Stockhausen, ma anche quelli che hai citato tu: Schaeffer, Berio, Nono. Aggiungerei Parmegiani, Varèse, Cage, Maderna, Messiaen, Boulez, Xenakis, Kagel fino a Reich e Glass. Così ci limitiamo a rispolverare ciò che già si trova nei più comuni manuali di storia. Esistono personaggi altrettanto importanti e meno noti che secondo me hanno avuto intuizioni sulle quali ancora oggi si muove la sperimentazione, penso a Milton Babbitt, Pierre Henry, Gordon Mumma, Robert Ashley, Morton Subotnik, Alvin Lucier, Michel Chion, quest’ultimo quanto mai attuale per le sue teorizzazioni e le sue sperimentazioni nel rapporto tra suono e immagine. Una caratteristica molto frequente nella manipolazione musicale attuale è l’uso dei suoni concreti. Sembra che cinquant’anni dopo Schaeffer si sia definitivamente scoperchiato il vaso di Pandora. A quei suoni sembra difficile rinunciarci oggi. [Fabio] Sicuramente è molto più facile comporre attraverso l'elaborazione del suono che attraverso la sintesi, la scrittura tradizionale o peggio ancora suonando uno strumento, cose di cui paradossalmente molti musicisti si occupano poco o niente. [Domenico] Non trovo così malefica la grande diffusione di cui i suoni concreti oggi godono, non tanto da assimilarli ai mali sprigionati dal vaso di Pandora. Forse c’è una certa ridondanza di suoni concreti e male elaborati e talvolta un loro uso superficiale, ma a me non è mai dispiaciuto il cosiddetto cinema per le orecchie e le sue potenzialità creative ed evocative. Lo trovo un procedimento molto interessante e oggi è arricchito dalle sempre più sofisticate tecniche di ripresa e di diffusione del suono. Schaeffer e prima di lui Marinetti con le sue Cinque sintesi radiofoniche mi hanno indotto a una interessante intuizione: ogni suono è musica, dipende da come lo si organizza, non solo in quanto compositore ma anche come ascoltatore. E oggi che il suono non è più mero supporto ma diventa installazione, performance audiovisiva e area sensibile, ascoltare diventa un processo creativo anche per il fruitore, che attraverso suoni familiari può fare percorsi inediti. Credo allora che anche questa possa essere la speranza che si trova in fondo al vaso di Pandora. |