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domenico sciajno composition double bass digital audio max/msp expert
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  Francesca Bellino intervista Sciajno

Gennaio 2002

"Non mi identificavo con i compositori, così come non mi identificavo con gli improvvisatori, così come non mi identificavo con i jazzisti. Con tutte queste unità potevo avere rapporti, ma non totali. Rappresentavano uno spazio dentro il quale mi potevo muovere e dentro il quale potevo fare esperienza. Nei miei grandi e svariati movimenti continuo a cercare di sperimentare percorsi senza collocarmi in uno specifico circuito"

Intervista a Domenico Sciajno
di Francesca Bellino



Pochi, ma non per "elezione", sono coloro effettivamente in grado di comprendere, decodificare ed elaborare le armonie e i messaggi creati dall'improvvisazione. Pochi, e forse per questo eccezionali, sono d'altra parte gli animatori e i protagonisti della ricerca in questo campo.
Si presenta tale in Italia il profilo, designato certo per sommi capi, di un "modo" che racconta e rivela l'improvvisazione come un capitolo imprescindibile della storia della musica contemporanea. Eppure gli spazi di elaborazione, riflessione e ascolto sono minimi. Spesso sono poco frequentati se non da parte di un pubblico inevitabilmente specializzato o, meglio, motivato, e rappresentano quasi l'espressione di una cerchia di iniziati.
Qualcuno ha paragonato gli studi e le trasformazioni operate dai compositori nell'improvvisazione, alla volontà degli esploratori di geografie distanti e altre, nella voglia di sfidare terre sconosciute e la mentalità comune. Quando un tempo uomini impavidi, curiosi, furbi e faccenderi, o solo creativi dello spazio (se mai è esistito il genere), si avventuravano oltre i limiti istituiti dalle dottrine e dalle fedi, pochi erano coloro i quali sapevano comprendere e decodificare quanto stava avvenendo nel materiale e nell'immaginario di quei loro stessi contemporanei. Faceva fede l'utopia di chi, con un sogno soltanto, era un passo avanti.
Ciò nonostante, in quel tempo la conquista pianificava quell'utopia, istituendo confini che dovevano essere legittimati da fede, dottrina e ordine. Solo così il senso comune riconosceva la geografia altra come propria.

Il paragone tra esplorazione e improvvisazione per certi versi è indovinato. Senza dubbio l'improvvisazione -nell'ambito e ai margini del jazz- si è spinta verso nuove "geografie del suono" mostrandosi capace, in non pochi casi, di smantellare i confini istituiti dalla "dottrina". Ha così percorso terre ignote e ha, comunque e sempre, sfidato una mentalità comune che troppo spesso si è interposta agli entusiasmi vibranti di musicisti e appassionati. Probabilmente nel gioco della sfida molti sono rimasti intrappolati dal dover produrre musica a ogni costo diversa, originale o sperimentale, quando chi fa ricerca può esprimere senso e profondità anche per mezzo di codici noti... ma questi sono rischi che si corrono quando si mette in gioco la curiosità (non codificabile).

xDomenico Sciajno è esploratore, a tutti gli effetti. A partire dagli spostamenti geografici che hanno, da sempre, caratterizzato il suo percorso di vita e di musicista, la sua ricerca di contrabbassista, improvvisatore e compositore ha costantemente cercato una via "altra".
Tutto parte da Torino, città in cui nasce, sviluppa e definisce una forte passione per la musica jazz grazie anche all'amicizia con Angelo Testa, intellettuale ed appassionato collezionista di questa musica. Nel corso degli anni sempre più marcato è l'orientamento verso l'improvvisazione e per questo decide di trasfersi in Olanda, dove risiede dal 1990 al 1995, studiando e diplomandosi in contrabbasso e composizione vocale, strumentale/acustica ed elettronica presso il Conservatorio Reale dell'Aja. La partecipazione al'Instant Composer Studio Orchestra, diretta dall'olandese Misha Mengelberg, è una tra le prime esperienze che compie in qualità di strumentista.
Ma solo attraverso la collaborazione con il sassofonista compositore Luc Houtkamp, Sciajno trova una fisionomia autentica alla sua voglia di improvvisazione. Si delinea pertanto l'opportunità di suonare sperimentando l'interazione tra improvvisazione su strumenti acustici e il loro "live-processing" da parte di strumenti elettronici e computers.
Si allargano i contatti a livello internazionale: agli scambi e alle relazioni con i sinologi e compositori quali Clarence Barlowe, Mikle Barker, Joel Ryan, Alvin Curran, nel tempo si affiancano le collaborazioni con Ellen Christi, Ned Rothemberg, Yashuiro Otani, Tom Nunn, Gart Powell, Miriam Palma, Maurizio Maiorana, Hans Koch, Elliot Sharp, Le Qua Ninh, Gert Grosfeld, Zack Settel, Geraldine Keller, Atau Tanaka (numerose di queste, sono partecipazioni a festivals di improvvisazione e di musica contemporanea in ambito internazionale).

Parallelamente, ma non all'ombra, alle collaborazioni internazionali, nel 1997 Sciajno incide "...I Am Surprised While It Is Actually Happening..." (Leo Lab CD 038). Il quartetto è formato da Christian Alati, Giuseppe Ielasi e Ruggero Radaele -che rimarranno fissi e fedeli collaboratori- e inizia la sua attività nel 1996 dall'unione tra due chitarristi provenienti dal sud Italia e due musicisti residenti a Torino. Nello stesso periodo, la passione per la musica non convenzionale ma anche un deciso interesse di divulgazione e documentazione porta Ielasi e Sciajno a fondare associazioni quali Antitesi (www.arpnet.it/antitesi) e Anagramma, impegnate nella diffusione della sperimentazione artistica e nell'organizzazione di manifestazioni nel campo della musica contemporanea e improvvisata, soprattutto a Torino e Milano.
Un anno più tardi escono "in trio", un progetto realizzato con Fabio Martini, Tito Mangialajo Rantzer e Carlo Vinzi (prima parte), Ruggero Radeale nella seconda (Takla Records 3) e "May 15th" (Fringes Recordings 01), in quartetto con Giuseppe Ielasi, Renato Rinaldi e Gino Robair) .
Quest'ultimo è la prima espressione di questa appassionata e appassionante ricerca di sonorità che ha, parallelamente, portato Ielasi a creare l'etichetta discografica Fringes Recordings.

La pratica dell'esplorazione è anche introspettiva. E in quest'ottica nasce e si sviluppa nel 1999 "Broken Bridges" (Fringes Rrecordings 06) [per leggere la recensione clicca qui]. Lo spirito che anima l'indagine mira a scavare e sviscerare le possibilità sonore sviluppate sul contrabasso acustico, concentrandosi sul suono prodotto dalla cassa armonica dello strumento, utilizzato senza l'ausilio di live-electronics.
Nel dicembre 2001 esce "Right After" [per leggerne la recensione clicca qui] per l'etichetta americana Erstwhile nota per la sua accurata collezione di musicisti dediti all'improvvisazione elettronica. In questa occasione Sciajno suona esclusivamente il computer ed è affiacato da Ielasi all'elettronica.
Non sono da meno, infine, le realizzazioni di Sciajno in ambiti diversi ed eterogenei. I video e le performances audio-visive sottolineano la qualità delle ricerche sulla composizione non convenzionale, qualità che si distingue in ogni circostanza per lucidità e profondità. Ecco allora che realizza videoclips che contano nel tempo sempre più importanti collaborazioni: dai primi lavori in video con Luc Houtkamp al sax per "Antitesi in musica", nel 1997 a "Suoni e forme in movimento" (con la danzatrice Gabriella Ceritelli), realizzato al Castello di Rivoli per la Biennale (Off) Giovani di Torino, nel 1998; la performance audio visiva "King Cycle on Italian Futurism" del 1997; al video che documenta sessions con Michel Doneda al sax, Mirima Palma voce e Lelio Giannetto al basso all'Agricantus di Palermo; al video con Atau Tanaka realizzato alla scuola d'arte ERBAN di Nantes (F), nel 2000 e con l'Ensemble Océphale, sempre a Nantes, presso Pannonica.

Un'idea di esplorazione dinamica e viva, che punta lontano il suo orizzonte, a confini, ora, già oltrepassati.


All About Jazz: In una serata dedicata a Musica improvvisata concreta e videomanipolazioni presenti due video che mostrano, in modo diverso, differenti aperture al concetto di improvvisazione. A te illustrarle ...

Domenico Sciajno: La prima parte del concerto mostra un video intitolato "Objectable". Si tratta di una sorta di circolo chiuso dove gli oggetti sono l'elemento visivo e musicale da cui scaturisce sia il suono che l'immagine, ma in maniera "obiettevole". Il titolo inglesizzato sottintende il fatto che si pone qualche cosa su cui non essere d'accordo e al contempo rivela l'importanza dei semplici oggetti utilizzati simbolicamente e visivamente. Si crea, dunque, un gioco di contrasti tra gli elementi che vengono utilizzati. Ho voluto creare qualcosa di intellettuale inteso come prodotto di un processo mentale a partire da unità totalmente grezze e rozze, normalmente incapaci di produrre sonorità degne di essere chiamate musica.
Sul piano puramente tecnico "Objectable" è una performance audio-visiva istantanea di ciò che si vede e si sente durante l'esecuzione. L'esperimento consiste nell'elaborazione di immagini (riprese da Barbara Sansone in tempo reale) che avviene in base a parametri sensibili all'intensità del suono prodotto. Le immagini da elaborare sono le macroriprese degli oggetti sonori e di particolari di essi. Questa sera invece era Ruggero Radaele che forniva materiale sonoro e visivo improvvisando alle percussioni ed alla sua personalissima batteria. Prima di essere proiettati, tali oggetti sono enormemente ingranditi, fililtrati ed elaborati dal computer tramite un software che ho programmato personalmente. L'elaborazione del suono avviene invece attraverso degli algoritmi da me programmati utilizzando uno speciale linguaggio di programmazione che si chiama MAX/MSP che nacque all'IRCAM di Parigi e che oggi è sviluppato da un laboratorio americano.
Mi spiego.
Per far interagire strumenti acustici con l'elettronica seleziono dei parametri. Essi potranno essere il volume, che mi farà spostare ad esempio l'immagine a destra e a sinistra, la percussività, la tessitura o certi tipi di frequenze che andranno a interessare una zona dell'immagine. Le basse frequenze potranno allora distorcere la parte inferiore dell'immagine. Nello scorrere del tempo e nella velocità tutto ciò diventa una dialettica tra suono e immagine dove è difficile seguire esattamente chi sta facendo cosa e qual è l'elemento e il parametro che fa succedere questa o quella cosa. Però, l'effetto che se riceve è quello di una sorta di sincronizzazione. Non è però una sincronizzazione in senso stretto perché sono gli elementi sonori a modificare gli elementi visivi e non viceversa.

Ben diverso invece era l'intento di "Globaliz8 Fx". Come tutti, credo, sono rimasto molto colpito dagli eventi accaduti a Genova durante la riunione dei G8. Essendo il mio unico strumento d'espressione quello di fare dei suoni e delle immagini, ho deciso di raccogliere la mole di dati accumulatisi in internet o inviatemi da persone che mi hanno spedito filmati e audio e di utilizzarli per una performance in cui li assemblo sul momento.
"Globaliz8 Fx" è una performance audio-visiva che propone un unico fondamentale invito: non dimenticare. Assemblo e sincronizzo in tempo reale sequenze e riprese su quanto avveniva in quei giorni, inframmezzandole ad alcuni punti fermi costituiti dagli estratti di alcune conferenze dei grandi signori della terra. La musica è assolutamente funzionale. La prima parte dell'istallazione è costituita da un lunghissimo feedback fatto utilizzando due casse acustiche messa l'una contro l'altra sul quale questa sera Ruggero ha improvvisato. La seconda parte invece è complesso montaggio di vari estratti di cronaca su suoni lunghi e granulari.


AAJ: Ho avuto l'impressione che "Objectable" e "Globaliz8 Fx" abbiano lo stesso iter di formazione. Il processo che uno/qualcosa suona, un'altra persona filma, un terzo rielabora e il prodotto sia l'immagine e l'elaborazione di questi passaggi, è consimile. Hai riprodotto un circuito dove l'esperienza che nasce in forma improvvisata e che esprime anche una certa libertà, viene giocoforza rielaborata. Si aggiunge e contemporaneamente si inserisce altro. Il video che ne risulta non trasmette in modo veritiero nulla ci ciò che ciascuno ha espresso, ma contemporaneamente mostra tutto ciò che è stato prodotto. Questo, d'altronde, è successo a Genova.

D.S.: Quel che osservi è interessante, ma non era nelle mie intenzioni, almeno non consapevolmente. A Genova c'era un dispiegamento di media allucinante. Da quelli ufficiali a quelli non ufficiali. C'era una situazione in cui tutti hanno visto tutto, tutti hanno fatto circolare tutto, e tutto è rientrato nel grande calderone del vissuto/non vissuto … Gli occhi… Di chi erano quegli occhi che vedevano tutte queste cose? Erano collegati a delle coscienze? A quali coscienze?


AAJ: La musica è stata o è, per te, memoria o politica?

D.S.: In questo caso è assolutamente memoria. Vorrei dire politica, ma oramai il termine 'politica' ha assunto un'accezione totalmente distorta per cui sarebbe totalmente ridicolo dirlo. Io non sono neanche andato a Genova, perché non me la sento di identificarmi con un movimento con cui, peraltro, condivido molto. Prendo le distanze da fatti e situazioni che, in un certo senso, sono oggetto di manipolazione.
Quello che è successo è gravissimo, in tutti i sensi, sia da parte di chi ha creato disordini, sia da parte di chi li avrebbe dovuti evitare. La cosa più grave è che c'è stata una manipolazione politica la quale ha volutamente portato a questo bagno di sangue, con delle responsabilità gravissime che, secondo me, non devono essere dimenticate. Questo mio lavoro, lo inserisco quando mi è possibile. Nessuno me lo chiede, lo inserisco in concerto per far ricordare che ci sono stati dei responsabili di fatti gravissimi. Ecco perché ne faccio più una questione di memoria che di politica.


AAJ: L'hai realizzato nella prima parte della tua tournè, in Francia?

D.S.: No. Lo faccio solo laddove presento 'Objectable' visto che hanno gli stessi requisiti tecnici. In Francia me lo hanno richiesto in parecchi ma non è di semplice realizzazione visto che richiede certe attrezzature. È un lavoro assolutamente no profit. Quello che ho fatto questa sera è tutto in tempo reale, il mix delle immagini e dei suoni sono io a crearlo. Ogni volta può essere differente. Sono molto interessato al concetto della performance, però per facilitarne la diffusione ne ho anche una versione congelata in videocassetta e su Cdrom che sto facendo girare a scopo di memoria. Non ha a scopo politico, né a scopo promozionale.


AAJ: Sei partito da Torino, hai studiato in Olanda e una volta tornato in Italia ti sei trasferito a Palermo.

D.S.: In effetti ci sono stati tantissimi spostamenti con una costante che mi da la sensazione di fare sempre la stessa cosa. Mi spiego. Sono partito da appassionato di musica jazz, della musica jazz di ricerca, con particolare attenzione per i rappresentanti della cultura afroamericana che puntavano l'occhio sulla cultura occidentale, Antony Braxton per esempio. O figure come Charles Mingus o Eric Dolphy, quest'ultimo una meteora assolutamente incontrollabile e indescrivibile, per me, piena di fascino.
Era un creativo che non riusciva a stare dentro il suo corpo e dentro il suo strumento: era veramente creatività allo stato puro. Mi interessavano questi aspetti. Ma fondamentalmente la mia sensazione è sempre stata quella di essere nel momento sbagliato, al posto sbagliato.
Un po' il contrario di Miles Davis...
Quando mi interessava il jazz, mi interessava quell'aspetto del jazz che da molti all'interno del jazz non veniva considerato jazz. Ma è stato proprio questa molla a farmi trovare un collegamento con le avanguardie europee e con la musica improvvisata o parzialmente composta.
Mi sono diplomato in Olanda al conservatorio dell'Aja di strumento acustico e di composizione elettronica. Anche lì benché fossi nel dipartimento di composizione e di musica contemporanea, ero sempre "sbagliato" perché nella mia testa c'erano delle componenti di ricerca molto forti espresse dal mio rapporto con l'improvvisazione, che per i compositori veniva visto come un elemento incontrollabile, e quindi non da compositore tout court.


AAJ: In Olanda non hai dunque trovato spazio di sperimentazione?

D.S.: O si! L'Olanda è uno dei posti che maggiormente rispetta e sostiene la ricerca nelle arti. Si trattava, allora come ora, di un mio disagio in quanto non mi identificavo con i compositori, così come non mi identificavo con gli improvvisatori, così come non mi identificavo con i jazzisti. Con tutte queste unità potevo avere rapporti, ma non totali. Rappresentavano uno spazio dentro il quale mi potevo muovere e dentro il quale potevo fare esperienza. Nei miei grandi e svariati movimenti continuo a cercare di sperimentare percorsi senza collocarmi in uno specifico circuito.


AAJ: Cosa rappresentano le collaborazioni con musicisti italiani?

D.S.: Beh diciamo che collaboro ed ho collaborato co moltissimi musicisti italiani sporadicamente. Le mie collaborazioni più assidue si riferiscono a musicisti che vivono nella mia stessa città come Miriam Palma, Maurizio Maiorana e Gaetano Costa e al mio sodalizio con Giuseppe Ielasi, Ruggero Radaele e Christian Alati. Questo gruppo nelle sue diverse combinazioni è l'avventura musicale più solida e coerente che ho intrapreso in Italia appena rientrato dall'Olanda. La prima cosa che feci una volta tornato fu quella di creare un'associazione, Antitesi, nel tentativo di trovare altri come me interessati a questo genere di musica, e soprattutto a quest'approccio.
Mi ritenevo fortunato perché avevo vissuto in un posto - l'Aja - dove in sei anni ho maturato un'esperienza che in Italia mi avrebbe portato via venti o venticinque anni. Il conservatorio dell'Aja è un centro dove qualsiasi cosa mi fosse servita (discoteca, libri, biblioteca, seminari) erano a mia disposizione. In sei anni sono passati dal conservatorio, ti posso citare tra gli altri, Kagel, Stockausen e Rostropovic. Ho raccolto molte informazioni che volevo condividere. Sapevo delle difficoltà che si vivono in Italia. Quindi l'idea di Antitesi era quella di mettere a disposizione i materiali che avevo acquisito nel corso della mia esperienza olandese.
In una rivista uscì un articolo su Antitesi e Giuseppe si mise in contatto con me. Mi ha colpito da subito. Mi inviò un nastro con un duo d'improvvisazione chiedendomi timidamente se volevo suonare con loro. In Italia, a quel tempo, chi faceva improvvisazione spesso faceva un jazz disordinato o una forma di free jazz rivisitata e edulcorata. Eppure questo duo non lasciava spazio a nulla: i suoni erano acidi, secchi, asciutti. Si trattava di improvvisazione radicale: non c'era ritmo, non c'era melodia, non c'era armonia, era puro ascolto reciproco e ricerca acustica e strumentale.
Da lì è nata la collaborazione. Tale gruppo esiste tuttora in forma variabile di duo, trio, quartetto.


AAJ: Continui queste collaborazioni anche dopo esserti trasferito a Palermo?

D.S.: Certo, compatibilmente con i progetti e le occasioni. In Italia non credo si possa fare gran che. Non è retorica dirlo. Non c'è una cultura che consente una fruizione attiva. Non è l'artista o il compositore che deve dire cosa sentire e come ascoltare. Egli crea un ambiente e organizza degli elementi sonori in un certo modo. Il vero risultato è che chi ascolta, decide di impossessarsi di quegli elementi e di mettersi in gioco, creandosi un proprio percorso.


AAJ: Forse questo è successo anche con le arti plastiche e l'architettura…

D.S.: Forse, l'occhio è molto più tollerante dell'orecchio….Nella musica questo processo è più difficile, è successo che nel secondo dopoguerra le avanguardie dapprima sono state sostenute da certi elementi della politica, perchè si era ancora ad un punto in cui la politica doveva essere associata ad una politica culturale. Quali erano i riferimenti culturali di un movimento politico, a quelli dovevano corrispondere delle scelte musicali, delle scelte cinematografiche e così via. La sperimentazione per un periodo è stata collegata ai movimenti della sinistra, e ha avuto un certo spazio. Poi la politica si è accorta che poteva fare a meno di una proposta culturale e sono stati abbandonati spazi e forme di sperimentazione.
Oggi come non mai.
Per la gente normale c'è un buco spaventoso tra la musica normale e la musica contemporanea, che viene considerata avanguardia, quando avanguardia non è. Questo spiazza sia i fruitori che gli educatori.
In Italia manca una educazione musicale a livello scolastico. Olanda, Francia, Germania e anche Spagna hanno un sistema scolastico che prevede l'insegnamento della musica che ha la stessa importanza di qualsiasi altra materia. Esistono licei musicali dove si studiano materie di cultura generale e parallelamente materie musicali, teoria e pratica strumentale.
In Italia non si fa nulla. Non posso immaginarmi nessuna formula che possa cambiare lo stato delle cose se non partire da questa lacuna, il che vuol dire diffondere una cultura più consapevole per quello che riguarda la fruizione musicale. Se le persone riuscissero a capire che andare ad un concerto non significa andare a farsi buttare addosso tutta una serie di informazioni su come e cosa devi sentire, ma avesse un atteggiamento più attivo… Io non sono un pittore o uno scultore, ma se vado a vedere un quadro, applico tutta una serie di meccanismi e di riferimenti che sono gli stessi che applico quando suono.


AAJ: Ma lì metti in gioco anche la tua sensibilità…

D.S.: La sensibilità non è una cosa di pochi, è qualcosa che hanno tutti. Che poi sia educata o meno, lì sta il discorso. L'unica soluzione è ipotizzare qualcosa che renda consapevole chiunque sulla possibilità di esprimere la propria capacità creativa anche quando si è fruitori.


AAJ: Cambiando discorso, come è stata la tua collaborazione con Elliott Sharp?

D.S.:: La mia esperienza con lui è stata breve e intensa. Abbiamo eseguito con un grosso Ensemble una sua composizione molto semplice nell'idea di realizzazione, ma non so quanto efficace. In lui mi ha colpito la capacità di partire da elementi semplici e diretti e andarli a sovrastrutturare, per farli diventare più complessi. Applica questo meccanismo con un rigore notevole. Un partitura come quella che ci ha fornito, che consiteva in pochissime indicazioni di ritmi e di note da utilizzare in certe zone della composizione, in mano a un manipolo di improvvisatori italiani rischiava di degenerare in una sorta di tarantella scanzonata. Lui è intervenuto molto duramente per riuscire ogni volta a cancellare queste iperboli. Bastavano accenni che lui impostava alla chitarra.


AAJ: Qual è il tuo rapporto con Alvin Curran? Com'è essere il suo assistente?

D.S.: Fondamentale. Ci siamo conosciuti ad un festival all'Aja, in Olanda. Alvin avrebbe suonato la sera dopo, e dunque non sapevo neppure che faccia avesse! La sera che ho suonato il mio pezzo, si è avvicinato e mi ha chiesto se ero italiano. Aveva percepito che ero italiano dalla mia composizione che quella sera era stata eseguita e che aveva apprezzato. Solo dopo appresi che era Alvin. È una persona di una modestia e di una disponibilità incredibile. Da questo incontro, è nata una collaborazione. Io utilizzo software e linguaggi di programmazione che a lui servono per alcuni suoi progetti perciò sono diventato il suo assistente. Inizialmente mi faceva fare lavori estremamente manuali. Ho trascorso, la prima volta, una intera settimana a passare tutte le sue vecchie bobine su dat per preservarle da deterioramento. Molte cose risalgono agli anni '60 quando ancora io non ero nato e lui già aveva collaborato con Giacinto Scelsi, John Cage, Franco Evangelisti e tanti altri.


AAJ: Sei entrato nella sua vita…

D.S.: E ci sono ancora! Anche se è più corretto dire che lui è entrato nella mia. Negli anni ha incominciato a fidarsi sempre più di me. Ultimamente mi affida delle parti musicali, completamente. Mi fornisce informazioni sulle cose che vorrebbe sentire, lasciandomi però pieno spazio. Nell'ultimo lavoro che abbiamo fatto e firmato insieme, una composizione elettronica che si intitola 'Rue de la Garre' mi ha affidato l'intero mix finale, il che in musica elettronica è un elemento importantissimo. Io continuo ad imparare ogni volta che vado da lui. È un personaggio libero, un pezzo di storia della musica (anche se non di quella ufficiale), sebbene ultrasessantenne continua a mettersi musicalmente in gioco più di quanto non facciano molti giovani emergenti che tanto devono a quelli come lui.


AAJ: Hai avuto altre collaborazioni significative in Olanda?

D.S.: Senza dubbio quella con il mio maestro di composizione è stata molto importante. Per collaborazione intendo rapporto con dei musicisti che mi hanno lasciato dei materiali, delle sensazioni, delle possibilità che ancora io oggi utilizzo. Il mio insegnante di composizione si chiama Gilius Van Bergen. Ogni settimana io dovevo comporre un pezzo nuovo, su un'idea. Anche se non era concretizzata su un pentagramma, bastava che io arrivassi ogni settimana con un'idea. Questo è servito a smantellare il concetto della famosa ispirazione. Anche se tutte le settimane non avevo l'ispirazione, ogni settimana dovevo lavorare su una cosa, anche se non è lì, ma mi ha fatto saltare una sorta di barriera, dove ci si mette alle spalle tutta una serie di pregiudizi. Si lavora in modo più curioso, libera che fa totalmente uso della fantasia.
L'ispirazione non so che significa.
C'è l'idea.
Come quella che partita dal G8, o quella della parte prima, che è decisamente più tecnica.


AAJ: E veniamo al bellissimo Broken Briges. A cosa ti sei ispirato?

D.S.: Parte da uno studio sul "non espresso". Immagina che una fotografia che ha un primo piano e uno sfondo. Normalmente il primo piano è messo a fuoco, mentre lo sfondo è sfocato. Quello che a me interessava fare era invertire le due cose: la faccia in primo piano sfocata, e lo sfondo a fuoco. Ma fare questo in termini musicali e con uno strumento quale il contrabbasso che ha un primo piano molto presente e uno sfondo debolissimo, ma molto interessante. Se suono una corda a vuoto, sento un forte suono in primo piano. Ma dietro, per me che sto appoggiato sul legno, i suoni sono altri. L'archetto aiuta a far emergere questi elementi di sfondo. L'idea era dunque quella di cercare di far emergere quanto normalmente non si sente. Era un lavoro troppo difficile tecnicamente dal momento che non volevo assolutamente fare alcuna manipolazione elettronica. Per quanto abbia fatto studi per elaborare tecniche esecutive e di ripresa il suono di primo piano era sempre in primo piano. Il risultato finale non fu dunque quello progettato e dovetti cambiare direzione durante la registrazione con un risultato rappresentativo del mio modo di utilizzare il contrabbasso e di cui sono soddisfatto. I titoli dei brani sono strettamente collegati alle tecniche esecutive adottate.


AAJ: Qual è il rapporto che c'è nel tuo lavoro tra legno ed elettronica?

D.S.: A seguito dell'irreversibile danneggiamento delle cartilagini della mia spalla destra mi sarà quasi impossibile da ora in poi usare il contrabbasso in maniera convenzionale. Forse era una sorta di presagio la mia prima composizione per contrabbasso e computer che si intitolava "Wooden Chips": la traduzione di questo titolo si può leggere sia come "Schegge di legno" o "Chip (del computer) di legno". Consisteva nell'elaborare intempo reale attraverso un computer i suoni che producevo al contrabbasso. Personalmente trovo un po' esaurito quel filone di ricerca e sto cercando altre strade evitando per quanto possibile il processo di 'causa-effetto'. Il mio prossimo progetto sarà quello di inserire l'elettronica dentro il legno, in senso reale…


AAJ: Cosa rappresentano le colonne sonore all'interno del tuo percorso?

D.S.:: Sono state un lavoro, tranne una fatta per puro piacere. Si tratta di un cortometraggio di Nicoletta Polledro realizzato e montato da Alessandro Amaducci che ha vinto a Torino al Festival del cinema Giovani. Buona parte delle produzioni cinematografiche hanno un impianto piuttosto convenzionale anche quando trattano temi contemporanei. Di fronte a questo sono poco stimolato. Se mi si lascia carta bianca mi piace, ma non mi è quasi mai successo. Infatti, l'ultimo lavoro l'ho firmato con uno pseudonimo perché è totalmente fuori dal mio percorso come musicista. È un'altra parte di me che ha fatto una cosa per lavoro.


AAJ: Come è cambiato il tuo rapporto con l'elettronica ora che hai elaborato questo progetto con Giuseppe Ielasi? Come ti sei accostato alla sua attitudine piuttosto minimale?

D.S.: Ah, Giuseppe è minimalista? Scherzi a parte non ho fatto nessun cambiamento specifico per suonare con lui visto che lo facciamo già da diversi anni. Certo questa è la nostra prima uscita ufficiale come duo, ma non è stato difficile: ognuno ha contribuito con il proprio modo nel gestire i suoni elettronici ma con una certa complementarietà. Io ho la tendenza a comporre anche quando improvviso inoltre mi sono imposto il limite di utilizzare i soli suoni che faccio produrre al computer e Giuseppe che ha un diverso percorso alle spalle, è forse più spontaneo e manipola un vastissimo parco di suoni.


AAJ: Sì, al riguardo posso dire che ho ascoltato un demo di "Objectable", e mi sembrava abbastanza evidente che si trattasse di un lavoro di musica concreta e improvvisata, certo, ma montata e sviluppata da un compositore. Mi domandavo come questo tuo appproccio si combinasse con la concezione intuitiva e estemporanea di Giuseppe?

D.S.: Nella sua estemporaneità c'è una coerenza che lo avvicina sempre più verso la composizione, allo stesso tempo a me piace rischiare e trovarmi di fronte a materiale che non conosco per il quale inventare un ruolo acustico diverso ogni volta. Dal vivo con molta spontaneità riusciamo a mettere in gioco questi aspetti in modo complementare grazie ad un intenso ascolto reciproco e ad una forte intesa.


All'intervista ha partecipato anche Ermes Rosina.

Sito di Domenico Sciajno:
www.headroom.ws/slice1/

Sito di Antitesi:
www.arpnet.it/antitesi
 

  >>>> REVIEWS about RIGHT AFTER

right after
by Giuseppe Ielasi / Domenico Sciajno
(Erstwhile) 2002


Jason Bivins May 2002

Two of the more obscure artists on the Erstwhile roster have created one of the label's more compelling recent releases: Giuseppe Ielasi will be known to some for his Fringes label, as well as his work on Leo Lab with partner Domenico Sciajno. While they were previously working on guitar and contrabass, respectively, here these fellows get down to work with a different set of tools.

The cover features an image that resembles an architectural plan, and indeed there is something of this feel in the music. It is very constructivist, featuring improvisations that elaborate on basic structural elements of sound: a pure tone that slices through the upper register at an extreme frequency, a rumbling gurgle, or a luxuriant wave of static. Thanks to an absolutely dynamite mix, the music here is wonderfully varied: the feel is at times as proximate as your cochlea, with warm sounds whispering to you gently, while elsewhere things feel as remote and forbidding as an ice cave, with the merest shift echoing for days.

"At a Greater Distance" is an almost clinical examination of a sine wave, and it's a fascinating study, all but Cagean in its obsession with the organization of pure sound. On "the 'still' or moving image", Ielasi and Sciajno pursue the sounds of crackle in a similar fashion. Indeed, images of the clinician are not so inappropriate, since these fellows come across as tone scientists, lab technicians toiling away in some distant basement, conducting energy between the twin poles of the infinitely dense dot of creation and the electric future. The extraordinary "two main rooms" sounds like something being bored out or drilled from inside: a thousand metal instruments inside a bolted steel crate. And "bracket" contains, in its three short minutes, the seeds of albums' worth of improvisation. Mostly subtle and quiet, even for an Erstwhile recording, these two young players demonstrate how exciting the contemporary scene is now and how much the future is to be anticipated. This label keeps going from strength to strength.

staalplat

Giuseppe Ielasi and Domenico Sciajno are both prominent members of the Italian electroacoustic improv scene, not only as musicians, but also as concert promoters and organizers. Ielasi started playing guitar in 1988, and began exploring the art of improvised music soon after. In 1998 he founded the well-respected Fringes label, in order to document his own work as well as that of other artists. In addition to his work on Fringes, he has recorded for such labels as Leo and Sonoris. Earlier this year, he released a superb solo CD-R on a small Greek label, Absurd. He has performed live with Taku Sugimoto, Jerome Noetinger, Dean Roberts, Thomas Lehn, Michel Doneda and Brandon LaBelle. Sciajno began his career as an acoustic bassist and composer, studying acoustic and electronic composition with Gilius Van Bergeijk and double bass in the Royal Conservatory of Den Haag in Holland. In 2000, he released a sublime solo bass disc on Fringes entitled Broken Bridge. He has collaborated with such artists as Alvin Curran and Joel Ryan, and sat in briefly with MIMEO when the all-star electronic orchestra performed in Bologna this past May. Ielasi and Sciajno met in 1997, while searching for similarly minded musicians with which to collaborate. They began working in trio with Ruggero Radaele, later expanding to an acoustic quartet with Christian Alati, as documented on their Leo Lab release. Over the last few years, Ielasi and Sciajno have each moved separately towards a vocabulary of pure electronics. In July of 2001, Ielasi and Sciajno met in Palermo for a few days of intensive working and recording, the results of which are documented here. Right After compiles a series of perfectly crafted miniatures, featuring jagged shards of melody, slowly advancing crackles rippling with latent energy, and impeccably integrated techniques. The dazzling packaging was entirely created by NYC designer Friederike Paetzold.

brainwashed 4-7-2002

After "5 Tracks', the "Right After" CD does not appear to contain any guitar at all (at least, not according to the credits). Ielasi's partner on this album is Domenico Sciajno, formerly a bassist and currently one of the most musical and interesting of all improvising laptop players. Sciajno's computer and Ielasi's electronics (a tableful of gadgets, I imagine) are integrated here into a seamless single voice. I can only assume that the music is improvised due to the history of the publisher, Erstwhile Records, but if I had no such background I might not guess as much. If "5 Tracks" only occasionally belies its uneditted live and improvised nature, "Right After" does not at all. The high sine tones are out in force right from the start, which can be either exhilirating or annoying, depending on your patience for such things. The second half turns somber, with calm quiet prevailing over the jarring cuts that open the disc. Much more aggressive and strange than Ielasi's other recordings, "Right After" is also one of the very best and most cohesive releases on the Erstwhile label.

othermusic

File under: uneasy listening.  The debut CD by this duo sounds
like a series of field recordings from the human nervous system.
Ielasi and Sciajno are central figures in Italy's under-recognized
improvised music scene, playing in various ensembles, organizing
festivals, and running labels. Over the years, Ielasi and Sciajno
have been augmenting their chosen instruments (prepared guitar
and bass, respectively) with electronics. This recording is the first
to document their work solely in the digital realm. Listeners
familiar with electroacoustic music will be reminded  of both
Japanese Onkyo (Sachiko M, Toshimaru Nakamura, etc.) and
various 'lowercase' sound artists (Lopez, Vainio, Deupree,
etc.).The sounds on this album are reminiscent of scientific
recordings of the magnetosphere, ion storms, and atomic reactions.
Magnified static, whispered sine-tones, cellophane wrinkles, and
flickering pulses are introduced and removed in a seamless,
ghostly mix. These layers create a discrete architecture, not
unlike that pictured in Friederike Paetzold's cover art. Because
the recording requires focused attention, it heightens the
listener's awareness of his/her surroundings. You hear the hiss
of steam pipes, the digital purr of cell phones, and click of power
transformers as part of some larger composition. This is one of
the most challenging records on a label with a well-deserved
reputation for pushing the envelope of its listener's
expectations. [DHi]

incursion

Recorded last year in Palermo, Right After compiles a series of seven improvised collaborations between Giuseppe Ielasi and Domenico Sciajno. Both performers have been moving steadily from the realms of acoustic instrumentation (Ielasi began with the guitar, Sciajno with the acoustic bass), and have now immersed themselves into pure electronic instrumentation. Their music is alive with activity and motion; crackles, subtle tones, sharp textures and sudden bursts of noise are woven together to create these dazzling and intense pieces. There's not much room for rest and contemplation here; listening to these pieces keeps you alert and sensitive to each shift in direction. There are moments when the seeming physicality of the performances becomes manifest in the sounds we hear, which gives the impression that these pieces were built from more than point and click electronica. You can almost see the frantic scratching on electrically charged devices, the performers moving from one device to another as the focus shifts from one set of sounds to another (and in this respect I am reminded of Martin Tétrault's work). Perhaps my favourite piece here is "the 'still' or moving image," consisting mainly of gentle crackles popping in a more or less regular pattern; a simple structure where new and subtle sounds are added or subtracted in the background throughout its ten minute duration. It's also the most tranquil piece here. Although listening to the full disc can admittedly be difficult in sections (in the places where the sounds are most intense and densely layered), these pieces certainly reward the careful listener. There are plenty of unique frictions and fascinating moments on this record well worth exploring. [Richard di Santo]


all about jazz Luca Pagani


Da quando il CD di Giuseppe Ielasi, Cristian Alati e Ruggero Radaele uscito per Sonoris venne scelto come primo dei "Dischi della settimana" di All About Jazz Italia [per leggerne la recensione clicca qui], ci si chiedeva in continuazione quando sarebbe giunta l'ora di ascoltare un CD dei "ragazzi di Ielasi" su un'etichetta come l'americana Erstwhile Records. Il momento è finalmente giunto, senza esorbitanti sorprese, perché sapevamo delle indubbie qualità artistiche dei musicisti che ruotano attorno e pubblicano solitamente per la nostrana Fringes Recordings e credevamo la loro musica pienamente all'altezza di quella di altri elettro-improvvisatori quali Kevin Drumm, Keith Rowe, Gunther Muller...

Ascoltando il risultato finale di Right After si capisce immediatamente che la musica contenuta è perfettamente conforme alla "estetica" Erstwhile e ai gusti di Jon Abbey [per leggere il profilo di AAJ sull'etichetta Erstwhile Records, con una intervista ad Abbey clicca qui]. Suoni minuscoli, materici, più o meno casualmente accostati, interventi talmente sottili da provocare l'attenzione estrema e non un ascolto svagato da parte di chi indossa le cuffie o infila il CD nel lettore.

Eccoci quindi a considerare "The "Still" or Moving Image" come un perfetto esempio delle qualità musicali tratteggiate poco sopra, piccoli e minuscoli spostamenti di puntina per farci rammentare che il suono esiste. Tutto qua.

Da questo principio si può poi partire per altre considerazioni, ci si può avventurare in descrizioni di ambienti ("Two Main Rooms" e "Three Main Rooms") popolati da oggetti "animati", che - fievolissimamente - respirano.

Il vantaggio di questo Right After è insito nella capacità di Giuseppe Ielasi e Domenico Sciajno - di cui ricordiamo almeno il suo CD Broken Bridge [per leggerne la recensione clicca qui] - a concentrarsi minuziosamente per esprimere piccole miniature ("Honey (To Sg)" e "Bracket") non cadendo nella solita tendenza caratteristica un po' di tutta questa scena ad esprimere in maniera estremamente dilatata le idee musicali.
La differenza sostanziale con il CD del terzetto Alati - Ielasi - Radaele, mio metro di paragone con questo album, è l'utilizzo di più materia cerebrale a discapito dei muscoli. E ciò non costituisce di per sé né un pregio né un difetto.
 

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